Passeggiata e disegno: Laura Apolonio

Salve a tutti, sono Laura Apologno dell’Università di Granada e vi presento “Camminare e disegnare il mondo: il corpo in movimento come pratica estetica ed esperienza relazionale”. In questa presentazione esploro il camminare e il disegnare, due pratiche raramente collegate tra loro, per mostrare come ci consentano di interagire con lo spazio e di coltivare una maggiore consapevolezza sia di ciò che ci circonda sia della nostra presenza fisica. Nelle nostre società contemporanee, caratterizzate dall’accelerazione digitale, dalla crescente virtualizzazione delle interazioni e dalla progressiva disincarnazione dell’esperienza, il corpo sembra sempre più relegato in secondo piano.

Viviamo in un mondo saturo di immagini, ma sempre meno abitato fisicamente. I gesti si riducono, l’attenzione si frammenta e la percezione diventa discontinua. La mancanza di attività fisica, la perdita del contatto diretto con l’ambiente che ci circonda e la crescente presenza della tecnologia negli spazi pubblici ci immergono in una realtà prefabbricata, manipolata da interessi privati.

Con gli occhi incollati allo schermo, siamo scollegati da ciò che ci circonda. Il nostro corpo inattivo diventa pigro e la nostra energia vitale si affievolisce. La nostra attenzione si riduce a una merce.

Viviamo una continua iperstimolazione accompagnata da una crescente perdita di consapevolezza sensoriale. La perdita dell’esperienza corporea e del contatto con la realtà concreta delle cose porta a un profondo disagio, lasciandoci con un senso di vuoto e di sradicamento. Il pensiero dell’antropologo David Le Breton sottolinea la necessità di mitigare il progressivo addio al corpo per riscoprire il sapore del mondo, come indicano i titoli di due delle sue opere più note, L’adieu au corps e La saveur du monde.

Le Breton sostiene che oggi abbiamo lo stesso corpo dell’era neolitica, eppure abbiamo perso il nostro legame corporeo con il mondo. Oggi il corpo è inutile. Non è più all’altezza delle capacità richieste nell’era dell’informazione.

È lento, fragile, incapace di ricordare, scrive Le Breton. Il corpo di oggi è un corpo tra parentesi. La percezione è un’attività creativa.

David Le Breton sottolinea l’importanza della nostra esperienza sensoriale, che, come abbiamo accennato in precedenza, ci dona il sapore del mondo. Attingendo al concetto di coscienza incarnata di Merleau-Ponty, egli afferma che l’individuo vive la propria esistenza attraverso le risonanze sensoriali e percettive che lo attraversano continuamente. La condizione umana è corporea.

È attraverso i nostri corpi che siamo immersi nella carne del mondo. In risposta a questa progressiva disconnessione dal corpo, propongo due semplici pratiche attraverso le quali possiamo riscoprire la nostra sensorialità e corporeità e riattivare il potenziale creativo della percezione: camminare e disegnare.

Esplorerò come entrambe le pratiche possano accrescere la nostra consapevolezza del corpo ed espandere la nostra percezione dello spazio che abitiamo e attraverso il quale ci muoviamo. Camminare e disegnare non sono solitamente considerati attività strettamente correlate o collegate. Camminare è generalmente inteso come movimento attraverso lo spazio esterno, mentre il disegno è spesso concepito come un’attività prevalentemente da svolgere al chiuso.

Propongo di ribaltare questi presupposti. Camminare può essere una pratica estetica e disegnare può essere una pratica corporea e spaziale. Per l’antropologo David Le Breton, camminare è uno dei modi più efficaci per riconnettersi con il proprio corpo.

Camminare riporta i nostri piedi a terra, scrive. Camminare ci riporta a un contatto diretto con il nostro corpo e con l’ambiente. Diventa una forma di ribellione contro un mondo globalizzato, contro l’efficienza, la prestazione e le tecnologie che aumentano la velocità riducendo al contempo l’esperienza sensoriale.

Attraverso il camminare riscopriamo la nostra condizione corporea e recuperiamo la lentezza, la contemplazione e la sensorialità. David Le Breton sottolinea l’importanza delle nostre condizioni corporee e sensoriali. La nostra sensorialità è ciò che ci permette di percepire il mondo, titolo anche di uno dei suoi libri più belli in cui mostra come il corpo sia il filtro attraverso il quale ci appropriamo della sostanza del mondo.

Pertanto, camminare significa riattivare la nostra sensorialità e diventa un mezzo fondamentale per ricollegarci a una realtà dalla quale ci siamo sempre più distaccati. In questo senso, può anche essere inteso come una risposta ad alcune delle forme di malessere che caratterizzano la società contemporanea: passività, mancanza di responsabilità, dipendenza dagli schermi, depressione, ansia e altre difficoltà di salute mentale che affliggono molti giovani oggi.

Attraverso i nostri corpi prendiamo coscienza della nostra presenza nel mondo. Percepiamo sia il nostro corpo che ciò che si trova al di fuori di esso, lo spazio che ci circonda. Prendiamo coscienza della nostra identità e, al tempo stesso, dell’alterità, dell’ignoto, che risveglia la nostra curiosità, il nostro desiderio di esplorare e, di conseguenza, la nostra creatività.

Questa dialettica tra identità e alterità è presente in ogni attività corporea, ma diventa particolarmente percepibile quando il corpo cammina, poiché il camminare comporta una vera e propria esplorazione dello spazio, vissuto consapevolmente come un territorio al di fuori del nostro corpo. Le Breton afferma che camminare è un’arte dei sensi, che ci permette di riscoprire la densità sensoriale del mondo. Nel suo libro Wanderlust, una storia del camminare, Rebecca Solnit suggerisce che la velocità del pensiero sia di quattro chilometri all’ora.

La lentezza del camminare stimola il pensiero e ci permette di uscire dall’ipervelocità della società contemporanea. Citando il filosofo Edmund Husserl, scrive che camminare è un’esperienza attraverso la quale comprendiamo il nostro corpo in relazione al mondo. Camminare ci offre una consapevolezza concreta di noi stessi, dei nostri corpi e dello spazio in cui ci muoviamo.

Ci permette di riappropriarci della piena responsabilità e dignità della nostra esistenza. Nel suo libro A Philosophy of Walking, Frédéric Gros ci invita a riscoprire la bellezza e la profondità del camminare come pratica che favorisce la riflessione e la crescita interiore. Camminare è un’esperienza universale che ci permette di guardare dentro noi stessi, alimentando il pensiero e l’introspezione.

Questo perché camminare non è uno sport, come sottolinea Gros. Al contrario, è un’esperienza che ci fa sentire la forza di gravità, il peso dell’essere e, attraverso questa consapevolezza, ci aiuta a riscoprire la responsabilità della nostra stessa esistenza. Il sociologo e professore di estetica Lucius Burckhardt ha elevato l’arte del camminare al rango di scienza della conoscenza, che ha definito «strologia», ovvero la scienza del camminare.

Secondo Burckhardt, la scienza del camminare è una critica del vedere. In altre parole, è un modo per decostruire il visibile e liberarci dai nostri modi di pensare sempre più automatizzati. È una strategia semplice ma efficace per risvegliare la nostra capacità di creare significato attraverso la percezione sensoriale del momento presente e la continua ricontestualizzazione del nostro corpo nello spazio.

Burckhardt ha condotto numerose passeggiate sperimentali con i suoi studenti, come quella mostrata in questa immagine, in cui camminavano trasportando uno schermo. L’esperimento era stato ideato per renderli consapevoli di come la nostra percezione della realtà sia stata condizionata e limitata dagli spostamenti in auto, dove viviamo il mondo attraverso un parabrezza e perdiamo la nostra percezione a 360 gradi. Secondo Burckhardt, le nostre menti sono spesso intrappolate all’interno di strutture create dal linguaggio, dalla cultura e dalla tecnologia, che ci impediscono di vedere la realtà così com’è.

Viviamo in una dimensione sempre più astratta e abbiamo perso il contatto diretto con la realtà. Camminare ci permette di riattivare pienamente la nostra sensorialità e di allentare la rigidità delle nostre strutture mentali. Recuperando una temporalità più lenta e attraverso il movimento tattile dei nostri corpi sulla terra, entriamo in un rapporto più consapevole con lo spazio.

Iniziamo a pensare con i piedi. L’architetto Francesco Carreri, autore del noto libro Wallscapes, Walking as an Aesthetic Practice, è un convinto sostenitore del potenziale creativo e trasformativo del camminare. Conduce le sue lezioni in modo peripatetico, camminando con i suoi studenti ed esplorando aree abbandonate e marginali della città.

Per Carreri, l’architettura nasce nomade, perché camminando interpretiamo il mondo, diamo un nome e rappresentiamo mentalmente ciò che incontriamo, rinnoviamo la nostra consapevolezza della città e dello spazio che ci circonda. È così che nasce l’architettura. Hamish Fulton è un artista del camminare per il quale il camminare è una forma d’arte a sé stante.

«La mia religione è la natura», afferma, «le nuvole, il vento, la pioggia, l’oscurità, la luce delle stelle, il sole, la luna, gli uccelli, le rocce, le lucertole, i fiumi, il mare e le montagne». Per sensibilizzare le persone alla bellezza del mondo che ci circonda, Fulton organizza passeggiate lente, percorsi collettivi estremamente lenti attraverso luoghi di grande bellezza naturale, aperti a chiunque desideri partecipare. Durante queste passeggiate, i partecipanti si muovono molto lentamente per vivere appieno la bellezza del luogo e il profondo legame umano e spirituale che si instaura tra loro.

Secondo Fulton, l’arte non dovrebbe creare oggetti, ma piuttosto incoraggiare un impegno responsabile. Per lui, camminare è un atteggiamento che favorisce sia la salvaguardia dell’ambiente sia la creatività umana. Come dice lui stesso: «Ovunque tu sia, apri la porta e cammina».

Richard Long è l’artista del camminare per eccellenza. La sua opera più celebre, A Line Made by Walking, è stata realizzata nel 1977 mentre era ancora studente alla Saint Martin School of Art di Londra. Si è limitato a camminare avanti e indietro lungo la stessa linea in un campo, lasciando dietro di sé la traccia del passaggio del proprio corpo.

L’opera ha rivoluzionato la storia dell’arte grazie alla sua radicalità e alla sua estrema semplicità. Per la prima volta, un artista afferma che l’opera d’arte nasce esclusivamente dall’azione del proprio corpo. Si tratta quindi di un’opera profondamente fisica e, al tempo stesso, fortemente concettuale.

Proprio per la sua semplicità, potrebbe essere realizzata da chiunque. In questo senso, diventa una celebrazione dell’universalità dell’arte e della creatività intrinseca del corpo umano. L’opera offre una profonda riflessione sulla traccia, sul contatto tra il corpo e la terra e sul nostro appartenere alla natura, invitandoci a prendere coscienza della nostra responsabilità nei suoi confronti.

Le tracce lasciate sul terreno sono segni di uno stile di vita arcaico, testimonianze di un rapporto più simbiotico con la natura che abbiamo progressivamente perso nel corso dei secoli di civiltà e di progresso tecnologico. Richard Long esprime il desiderio di far rivivere questo legame perduto, di riscoprire il privilegio di lasciare un segno sul territorio attraverso il proprio corpo. Come afferma l’artista, una passeggiata è solo un ulteriore strato, un segno impresso sulle migliaia di strati di storia umana e geografica presenti sulla superficie del territorio.

La sua arte è straordinariamente semplice. Richard Long ci invita a prendere coscienza della nostra presenza sulla terra, del nostro essere nel mondo e del profondo significato del semplice fatto di essere vivi. L’opera di Richard Long ci porta a riflettere su un impulso umano fondamentale, il bisogno di entrare in contatto con l’ambiente che ci circonda lasciando una traccia.

Nel suo libro Il Salto, l’archeologa italiana Silvia Ferrara esplora l’importanza dell’esperienza corporea nei primissimi segni grafici che hanno preceduto la nascita della scrittura, dalle prime decorazioni geometriche risalenti a circa 7.000 anni fa alle pitture rupestri. Con il titolo Il Salto, Ferrara fa riferimento al fondamentale salto cognitivo attraverso il quale gli esseri umani hanno iniziato a trasformare i gesti corporei e le percezioni in segni e rappresentazioni simboliche. L’autrice mostra come, attraverso l’impulso umano fondamentale di lasciare una traccia, gli esseri umani compiano il salto verso il pensiero astratto, una trasformazione forgiata dal movimento del corpo.

Ferrara sostiene che questi primi segni grafici non debbano essere intesi come semplici ornamenti, ma come espressioni di una forma emergente di pensiero profondamente connessa al corpo, al gesto e alla percezione del mondo. La mano, il movimento, il ritmo, la ripetizione del gesto e l’interazione con la materia sono all’origine del pensiero simbolico. Le tracce delle pitture rupestri e i motivi arcaici possono quindi essere intesi come estensioni del corpo nello spazio, forme di coinvolgimento sensoriale con il mondo, piuttosto che come semplici sistemi di comunicazione.

I segni grafici diventano così un modo di abitare il mondo, di creare connessioni, di preservare la memoria e di dare forma all’invisibile. Silvia Ferrara sostiene inoltre che la creatività precede la scrittura e che l’arte, il disegno e l’atto di tracciare sono bisogni umani profondamente radicati. Il salto evocato dal titolo non è quindi meramente tecnico o cognitivo.

Rappresenta una trasformazione della coscienza umana, la capacità di trasformare l’esperienza corporea in simbolo, memoria e immaginazione condivisa. Secondo l’antropologa Ellen Disanayake, gli esseri umani sono innanzitutto homo aestheticus. Possediamo una naturale predisposizione estetica radicata nei comportamenti corporei primordiali.

È il corpo stesso a predisporci all’estetica e all’arte. L’impulso artistico è una pulsione umana primordiale che ha origine e trova espressione nella dimensione corporea ed emotiva dell’esistenza umana. Per lei, l’arte ha origine nei comportamenti corporei primordiali.

Ritmo, gesto, ripetizione, canto, danza e interazioni sensoriali tra madre e figlio. Questi primi scambi costituiscono una forma di proto-estetica fondata sul corpo, sull’emozione e sulla relazione. L’esperienza estetica, quindi, non ha origine principalmente nell’intelletto, ma nel coinvolgimento sensoriale e affettivo del corpo con il mondo.

Disanayake sviluppa inoltre il concetto di «rendere speciale». Gli esseri umani manifestano un bisogno fondamentale di decorare, lasciare tracce e trasformare sia l’ambiente circostante che i propri corpi. Per Disanayake, questo impulso umano universale sta all’origine sia delle pratiche artistiche sia dei rituali sociali e simbolici.

Per l’architetto Joanny Pallasma, l’immaginazione non è semplicemente un’attività mentale, ma qualcosa di profondamente radicato nell’esperienza corporea. Nel suo libro The Thinking Hand, egli sottolinea l’importanza della mano e il suo ruolo fondamentale nello sviluppo delle nostre capacità intellettuali e della nostra comprensione del mondo. Per lui, il disegno è fondamentale perché crea un processo di dialogo ed empatia con il nostro ambiente.

Il disegno emerge così come una pratica fondamentale per riconnettersi con il proprio corpo, con la natura e con l’immaginazione. Il critico d’arte e artista John Berger celebra il disegno come una pratica che ci permette di addentrarci profondamente nel mondo fino a sentirci quasi fusi con esso. Il disegno, scrive, è una forma di esplorazione, e il primo impulso generico a disegnare deriva dal bisogno umano di cercare, di tracciare punti, di collocare le cose e di collocare se stessi.

Il disegno può quindi essere inteso come un bisogno umano primario che nasce dal rapporto tra il nostro corpo e l’ambiente che lo circonda. È un modo per entrare in contatto con il mondo che ci circonda. L’antropologo Tim Ingold sottolinea l’importanza del disegno e sostiene la scrittura a mano, una pratica che purtroppo sta gradualmente scomparendo.

Per Ingold, la scrittura a mano veicola l’energia del corpo e non è standardizzata dai caratteri tipografici o dai caratteri digitali del computer. Quando disegniamo o scriviamo a mano, il pensiero non esiste prima nella mente per poi essere tradotto sulla carta. Piuttosto, il pensiero emerge attraverso il gesto stesso.

Nel suo libro Lines, A Brief History, Ingold spiega che camminare, disegnare, scrivere e tessere sono attività interconnesse perché tutte comportano il tracciare linee nello spazio. Attraverso queste linee, il corpo abita il mondo, si connette con ciò che lo circonda e lascia una traccia della propria presenza. Un esempio significativo del tracciare linee nello spazio si trova nella tradizione dei pittori itineranti romantici.

All’inizio del XIX secolo, gli artisti romantici iniziarono a cercare un’esperienza artistica più diretta e autentica, lasciando l’atelier per esplorare il mondo attraverso i propri corpi e i propri sensi. Tra loro c’erano il pittore tedesco Caspar David Friedrich e l’artista inglese William R. Turner. Il viaggio divenne un’avventura all’insegna della scoperta, dell’osservazione e del disegno basati sull’incontro diretto con il paesaggio.

L’osservazione attenta si combinava con la memoria, l’emozione e l’immaginazione. Questa tradizione del disegno dal vero rimane viva ancora oggi, nonostante l’immediatezza della fotografia con lo smartphone. Artisti contemporanei come David Hockney continuano a difendere la lentezza e l’intensità del disegno come modo per vivere il mondo con maggiore attenzione.

Per Hockney, il disegno cattura qualcosa che la fotografia non può cogliere: la durata, il movimento, il ricordo e l’emozione dell’esperienza vissuta del vedere. Un altro esempio notevole di questo legame tra camminare, disegnare e vivere il mondo si trova nella vita dello scrittore e artista tedesco-svizzero Hermann Hesse. All’età di 40 anni, attraversò una profonda crisi psicologica personale.

Si trasferì a Montagnola, un piccolo villaggio nella regione svizzera di lingua italiana. Lì, circondato dal paesaggio della Collina d’Oro, il camminare e la pittura divennero parti essenziali della sua vita. Camminare gli permise di riconnettersi con la natura, mentre il disegno e la pittura trasformavano l’esperienza sensoriale in connessioni simboliche, ricordi, immaginazione e interpretazioni creative.

Queste due semplici pratiche corporee lo aiutarono a riscoprire se stesso, il mondo e la propria energia creativa. L’esperienza di Hesse offre un esempio particolarmente significativo dell’idea centrale di questa ricerca. Camminare e disegnare possono diventare pratiche di attenzione, di incarnazione e di ricongiungimento con la vita.

Come scrive Hermann Hesse, la vita di ogni uomo è un cammino verso se stesso, un tentativo di tracciare un percorso, lo schizzo di una traccia. In questa immagine filosofica, percorso, schizzo e traccia si fondono l’uno nell’altro, unendo magnificamente il camminare e il disegnare come modi per riscoprire il nostro legame incarnato con il mondo. Grazie per l’attenzione.